LUNATICO MA FELICE

21/5/03
di Chiara Avidano

Occhi di ghiaccio, capelli lunghi raccolti in una coda e una leggera barba incolta. Cristiano Falcomer, trent’anni, attore da dieci: “ Ho cominciato per gioco, per curiosità. La passione è arrivata con gli anni”.
La dizione però tradisce una formazione non da poco, oltre a una buona dose di sicurezza: “Ho frequentato la scuola di teatro Sergio Tofano, in via Po 34 a Torino. Dura tre anni, durante i quali si studiano dizione, storia del teatro, espressione corporea. Lì mi sono innamorato di Carmelo Bene e Carlo Cecchi, veri maestri della neoavanguardia italiana. Comunque dopo breve tempo ho sentito che la mia strada non poteva passare attraverso le situazioni classiche: provini, scuole, stage e simili. Ho rinunciato a frequentare l’Accademia e ho preferito costruire la mia carriera con l’esperienza pratica. Autoprodurmi è diventata una scelta artistica precisa che ancora adesso perseguo. Producendo i miei spettacoli riesco a mettere la passione che credo indispensabile in questo mestiere”.

La prima esperienza importante?

“Un flop pazzesco - e il ricordo lo fa sorridere divertito -! Ma proprio per questo è stata bella e importante. Era uno spettacolo votato al fallimento: l’Amleto tra le mura del Combo, un locale dei Murazzi dove regnava la techno spinta e il teatro era una realtà sconosciuta! Era la narrazione della mia storia fino a quel momento, dieci serate con una struttura a strati: ogni puntata era un pezzo della storia e aveva il suo significato. Più puntate vedevi e più capivi. Uno spettacolo provocatorio, scarno, dato che avevo realizzato tutto da solo, regia, luci, musica, scenografia”.

Perché l’Amleto?

“Perché nella vita prima o poi bisogna farlo, quindi perché non cominciare subito con lui? Comunque dell’Amleto c’era solo il titolo, in scena portavo il dubbio. Un uomo che si racconta di fronte ad un pubblico di altri uomini. Direi che il risultato è ben riassunto da un momento topico:, una sera, mentre recitavo, il dj mi è passato davanti urlando che gli serviva il mixer!”.

Dopo questo primo indispensabile fallimento?

“Ho creato un gruppo con alcuni compagni della scuola di teatro. Realizzavamo spettacoli di cui curavo la parte artistica, ma anche organizzativa. Da un punto di vista teatrale occuparti dell’organizzazione serve molto per avere una forza differente sul palco, sei molto più incisivo. Abbiamo iniziato a collaborare col Teatro Ragazzi realizzando spettacoli per bambini. Anche se non mi piace settorializzare”.

In che senso?

“Distinguere tra teatro per ragazzi e per adulti. Facendo questa scissione si rischi di relegare il bambino a veder la Melevisione! Io ai bambini porto l’Odissea. I bambini hanno una capacità di percezione delle situazioni molto forte: l’adulto è legato al significato della parola data dal testo, mentre i bimbi riescono a cogliere le emozioni sotterranee, anche quando non conoscono le parole”.

Quindi le piace lavorare con e per i ragazzi?

“Molto. Un pubblico di bambini ti insegna tante cose! Quando un bambino vede uno spettacolo non scherza nelle sue pretese, ti dice fammi ridere e vuole ridere, non c’è niente da fare. Se sbagli, sbagli! Con un pubblico adulto il rapporto è più mediato, più formale. Se una sera non sei in forma, con gli adulti sali sul palco e bluffi, mentre se ti capita con un pubblico di ragazzini, sei fregato! Il bambino è più recettivo e ti schiaccia. L’adulto sente con meno intensità la recitazione dell’attore”.

Che spettacoli ha realizzato per i ragazzi?
“Rivisitazioni e letture. Dell’Odissea, del Fantasma di Canterville e di altre opere importanti. Ma in realtà si tratta di spettacoli adatti ad un pubblico eterogeneo, in Francia li chiamano tout public, spettacoli per bambini e adulti. Quest’anno abbiamo seguito un progetto nelle Biblioteche civiche: Ti racconto una storia di paura, una serie di letture animate su personaggi spaventosi per un pubblico delle elementari, delle medie e anche delle materne”.
Altri progetti realizzati?

“Da un anno e mezzo ho fondato con alcuni soci la compagnia teatrale I Lunatici. Siamo in quattro – io, Hugo Betterman, Désirée Icardi e Elena Valente -, ma collaboriamo con molte persone fondamentali per realizzare gli spettacoli: Angela Brusa, l’associazione musicale Lo Scimmiotto, il gruppo rock Tuttofumo, il musicista Stefano Rosso. Ci siamo fondati quasi contemporaneamente alla realizzazione di un progetto molto ampio: la rassegna teatrale Lunathica”.

Di cosa si tratta?

“Di teatro, arte, spettacolo e quant’altro si possa riunire in un evento tra le strade di un paese! Mi piace pensare di animare luoghi normalmente adibiti a tutt’altro con l’arte. Il progetto nasce in parte dal mio legame con Mathi, dove sono nato e dove ci tenevo a realizzare qualcosa che diventasse patrimonio dei matiesi. In parte dal mio personale sogno di dare vita a eventi e manifestazioni che riuniscano arti e spettacoli diversi. Come ho già detto non amo le categorie rigide, ho sempre pensato agli spettacoli come a grandi direzioni d’orchestra con attori, pittori, musicisti. In pratica, lavorando per il comune e il teatro locali, iniziamo a pensare ad una rassegna. Caso vuole che a Mathi ci sia un gruppo di astrologi che per quell’anno aveva previsto un’eclissi di luna a maggio. Essendo la luna un argomento che a livello teatrale si presta a molte varianti, la prendiamo come filo conduttore della manifestazione. Da lì creiamo il nome della nostra compagnia e quello della rassegna, a cui aggiungiamo l’h come riferimento al paese di Mathi. L’anno scorso durava dieci giorni ed era prettamente una rassegna teatrale, quest’anno è concentrata in meno giornate e contiene una serie di eventi: laboratori per le scuole, incontri con gli autori, spettacoli, concerti, letture. Tutto nelle strade e nei cortili del paese”.

Come vede l’attuale situazione del teatro in Torino e fuori?

“Non la vedo. Nel senso che non c’è nulla di nuovo e stimolante. In Torino, le realtà istituzionali o istituzionalizzate lavorano con ottimi professionisti e gli spettacoli sono sicuramente ben fatti, ma spesso poco interessanti nel senso artistico più stretto. Il problema è che a queste realtà non c’è un contraltare valido, non esiste un teatro alternativo, un festival off. I gruppi interessanti sono spesso amatoriali a livello organizzativo e strutturale e quindi non sanno vendersi e promuoversi. Di contro, molte compagnie vivono di capacità "organizzative" più che artistiche. In più mancano i luoghi del teatro alternativo”.

Quindi cosa consiglierebbe ad un giovane che voglia intraprendere la carriera dell’attore?

“Di fare qualcos’altro! Scherzo, ovvio. Comunque di questi tempi o sei il più grande attore del mondo o è veramente difficile. Il teatro ha una funzione pubblica, o almeno dovrebbe averla. Quando l’attore recita è paragonabile a un politico che tiene un comizio. Il teatro dovrebbe cambiare delle cose! Invece è un disastro, c’è pochissimo in giro. Carmelo Bene diceva che imbellettano una maschera vecchissima per renderla bella. Ed è vero, non ci sono novità che valgano qualcosa. Anche i ragazzi che escono dalle scuole di teatro spesso sono tecnicamente bravissimi, ma non hanno idee artistiche dal punto di vista teatrale”.

Intende dire niente scuole e accademie per fare l’attore?

“Personalmente credo nella pratica, ma dato che il teatro è diventato come la Fiat e quindi, se non sei laureato in ingegneria, non trovi lavoro, ben vengano le scuole. Anche se il limite delle scuole è che impongono una forma mentis molto rigida e questo è davvero antiartistico”.
Quindi qual è la strada giusta?
“Sarebbe quella dell’Amleto al Combo! Ma è, e deve essere, fallimentare. Non per niente non l’ha visto nessuno!”.
Non pensa che il compito di scardinare il sistema spetti proprio a compagnie come la sua? Giovani, formate, intraprendenti?
“… E senza soldi! E’ un problema non da poco. Soldi, finanziamenti, Comune, Regione, permessi. Politica in una parola. Per ora possiamo creare eventi in cui crediamo e farci conoscere. Vedremo col tempo se saremo in grado di cambiare le cose”.
Crede molto in Lunathica?
“Sì, molto. Mi piace l’aspetto popolare della sagra, ma non sopporto che si tratti sempre di manifestazioni legate al cibo. Lunathica è una sagra dove le arti sono protagoniste: invece di girare tra robiole e caciotte si gira tra spettacoli di teatro, concerti, laboratori! Senza nulla togliere alle robiole!”.
Chiaramente crede di più nel teatro che in una robiola, però!
“A ogni cosa il giusto peso. Amo il teatro, amo recitare. L’emozione del teatro non la vivi da nessun’altra parte. In più Lunathica ha il grande valore di dare ai ragazzi la possibilità di cimentarsi con la realtà teatrale e di farsi conoscere. La robiola può e deve esserci, bisogna solo trovarle il posto adeguato! Uno dei gruppi musicali della manifestazione, Lo Scimmiotto, ha trovato il giusto connubio tra cibo e arte: una Merenda Sonoira! Da sentire e da gustare”.
Progetti?
“Dopo Lunatica un mese a lavorare per i fatti miei! Vorrei trasformare in spettacolo teatrale Turcs, una delle letture animate che portiamo in scena alla manifestazione, tratta da racconti e poesie di Pasolini e Pavese. E’ uno spettacolo in italiano misto al friulano, una lingua che amo molto. Mia madre è friulana e ho passato gran parte dell’infanzia in Friuli, una terra che risente ancora molto delle tradizioni. Vorrei recuperare quei suoni che un po’ si stanno perdendo e ampliare la parte in friulano. Poi sto lavorando a uno spettacolo basato sul rapporto tra fratelli, con pezzi tratti dalla mitologia greca e dalle coppie celebri della storia, Caino e Abele, Castore e Polluce. Ovviamente il titolo sarà E’ tutta colpa tua!”.

                                   

                                                               

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