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Occhi di ghiaccio, capelli lunghi
raccolti in una coda e una leggera barba incolta. Cristiano
Falcomer, trent’anni, attore da dieci: “ Ho cominciato per
gioco, per curiosità. La passione è arrivata con gli
anni”. La
dizione però tradisce una formazione non da poco, oltre a una buona
dose di sicurezza: “Ho frequentato la scuola di teatro Sergio
Tofano, in via Po 34 a Torino. Dura tre anni, durante i quali si
studiano dizione, storia del teatro, espressione corporea. Lì mi
sono innamorato di Carmelo Bene e Carlo Cecchi, veri maestri della
neoavanguardia italiana. Comunque dopo breve tempo ho sentito che la
mia strada non poteva passare attraverso le situazioni classiche:
provini, scuole, stage e simili. Ho rinunciato a frequentare
l’Accademia e ho preferito costruire la mia carriera con
l’esperienza pratica. Autoprodurmi è diventata una scelta artistica
precisa che ancora adesso perseguo. Producendo i miei spettacoli
riesco a mettere la passione che credo indispensabile in questo
mestiere”. La prima esperienza importante? “Un flop pazzesco - e
il ricordo lo fa sorridere divertito -! Ma proprio per questo è
stata bella e importante. Era uno spettacolo votato al fallimento:
l’Amleto tra le mura del Combo, un locale dei Murazzi dove
regnava la techno spinta e il teatro era una realtà sconosciuta! Era
la narrazione della mia storia fino a quel momento, dieci serate con
una struttura a strati: ogni puntata era un pezzo della storia e
aveva il suo significato. Più puntate vedevi e più capivi. Uno
spettacolo provocatorio, scarno, dato che avevo realizzato tutto da
solo, regia, luci, musica, scenografia”. Perché
l’Amleto? “Perché nella vita prima o poi bisogna farlo, quindi
perché non cominciare subito con lui? Comunque dell’Amleto c’era
solo il titolo, in scena portavo il dubbio. Un uomo che si racconta
di fronte ad un pubblico di altri uomini. Direi che il risultato è
ben riassunto da un momento topico:, una sera, mentre recitavo, il
dj mi è passato davanti urlando che gli serviva il
mixer!”. Dopo questo primo indispensabile
fallimento? “Ho creato un gruppo
con alcuni compagni della scuola di teatro. Realizzavamo spettacoli
di cui curavo la parte artistica, ma anche organizzativa. Da un
punto di vista teatrale occuparti dell’organizzazione serve molto
per avere una forza differente sul palco, sei molto più incisivo.
Abbiamo iniziato a collaborare col Teatro Ragazzi realizzando
spettacoli per bambini. Anche se non mi piace
settorializzare”. In che
senso? “Distinguere tra teatro per ragazzi e per adulti. Facendo
questa scissione si rischi di relegare il bambino a veder la
Melevisione! Io ai bambini porto l’Odissea. I bambini hanno una
capacità di percezione delle situazioni molto forte: l’adulto è
legato al significato della parola data dal testo, mentre i bimbi
riescono a cogliere le emozioni sotterranee, anche quando non
conoscono le parole”. Quindi le piace
lavorare con e per i ragazzi? “Molto. Un pubblico di
bambini ti insegna tante cose! Quando un bambino vede uno spettacolo
non scherza nelle sue pretese, ti dice fammi ridere e vuole ridere,
non c’è niente da fare. Se sbagli, sbagli! Con un pubblico adulto il
rapporto è più mediato, più formale. Se una sera non sei in forma,
con gli adulti sali sul palco e bluffi, mentre se ti capita con un
pubblico di ragazzini, sei fregato! Il bambino è più recettivo e ti
schiaccia. L’adulto sente con meno intensità la recitazione
dell’attore”. Che spettacoli ha
realizzato per i ragazzi? “Rivisitazioni e letture.
Dell’Odissea, del Fantasma di Canterville e di altre opere
importanti. Ma in realtà si tratta di spettacoli adatti ad un
pubblico eterogeneo, in Francia li chiamano tout public, spettacoli
per bambini e adulti. Quest’anno abbiamo seguito un progetto nelle
Biblioteche civiche: Ti racconto una storia di paura, una
serie di letture animate su personaggi spaventosi per un pubblico
delle elementari, delle medie e anche delle
materne”. Altri progetti realizzati? “Da un anno e mezzo ho
fondato con alcuni soci la compagnia teatrale I Lunatici.
Siamo in quattro – io, Hugo Betterman, Désirée Icardi e Elena
Valente -, ma collaboriamo con molte persone fondamentali per
realizzare gli spettacoli: Angela Brusa, l’associazione musicale Lo
Scimmiotto, il gruppo rock Tuttofumo, il musicista Stefano Rosso. Ci
siamo fondati quasi contemporaneamente alla realizzazione di un
progetto molto ampio: la rassegna teatrale
Lunathica”. Di cosa si
tratta? “Di teatro, arte, spettacolo e quant’altro si possa
riunire in un evento tra le strade di un paese! Mi piace pensare di
animare luoghi normalmente adibiti a tutt’altro con l’arte. Il
progetto nasce in parte dal mio legame con Mathi, dove sono nato e
dove ci tenevo a realizzare qualcosa che diventasse patrimonio dei
matiesi. In parte dal mio personale sogno di dare vita a eventi e
manifestazioni che riuniscano arti e spettacoli diversi. Come ho già
detto non amo le categorie rigide, ho sempre pensato agli spettacoli
come a grandi direzioni d’orchestra con attori, pittori, musicisti.
In pratica, lavorando per il comune e il teatro locali, iniziamo a
pensare ad una rassegna. Caso vuole che a Mathi ci sia un gruppo di
astrologi che per quell’anno aveva previsto un’eclissi di luna a
maggio. Essendo la luna un argomento che a livello teatrale si
presta a molte varianti, la prendiamo come filo conduttore della
manifestazione. Da lì creiamo il nome della nostra compagnia e
quello della rassegna, a cui aggiungiamo l’h come riferimento al
paese di Mathi. L’anno scorso durava dieci giorni ed era prettamente
una rassegna teatrale, quest’anno è concentrata in meno giornate e
contiene una serie di eventi: laboratori per le scuole, incontri con
gli autori, spettacoli, concerti, letture. Tutto nelle strade e nei
cortili del paese”. Come vede l’attuale
situazione del teatro in Torino e fuori? “Non la vedo. Nel
senso che non c’è nulla di nuovo e stimolante. In Torino, le realtà istituzionali o
istituzionalizzate lavorano con ottimi professionisti e gli spettacoli sono sicuramente ben fatti,
ma spesso poco interessanti nel senso artistico più stretto.
Il problema è che a queste realtà non c’è un contraltare valido, non
esiste un teatro alternativo, un festival off. I gruppi interessanti
sono spesso amatoriali a livello organizzativo e strutturale e
quindi non sanno vendersi e promuoversi. Di contro, molte compagnie
vivono di capacità "organizzative" più che artistiche. In più mancano
i luoghi del teatro alternativo”. Quindi cosa consiglierebbe ad un giovane che voglia
intraprendere la carriera dell’attore? “Di fare
qualcos’altro! Scherzo, ovvio. Comunque di questi tempi o sei il più
grande attore del mondo o è veramente difficile. Il teatro ha una
funzione pubblica, o almeno dovrebbe averla. Quando l’attore recita
è paragonabile a un politico che tiene un comizio. Il teatro
dovrebbe cambiare delle cose! Invece è un disastro, c’è pochissimo
in giro. Carmelo Bene diceva che imbellettano una maschera
vecchissima per renderla bella. Ed è vero, non ci sono novità che
valgano qualcosa. Anche i ragazzi che escono dalle scuole di teatro
spesso sono tecnicamente bravissimi, ma non hanno idee artistiche
dal punto di vista teatrale”. Intende dire niente
scuole e accademie per fare l’attore? “Personalmente credo nella pratica, ma dato
che il teatro è diventato come la Fiat e quindi, se non sei laureato
in ingegneria, non trovi lavoro, ben vengano le scuole. Anche se il
limite delle scuole è che impongono una forma mentis molto rigida e
questo è davvero antiartistico”. Quindi qual è la strada
giusta? “Sarebbe quella dell’Amleto al Combo! Ma è, e deve
essere, fallimentare. Non per niente non l’ha visto nessuno!”. Non
pensa che il compito di scardinare il sistema spetti proprio a
compagnie come la sua? Giovani, formate, intraprendenti? “… E
senza soldi! E’ un problema non da poco. Soldi, finanziamenti,
Comune, Regione, permessi. Politica in una parola. Per ora possiamo
creare eventi in cui crediamo e farci conoscere. Vedremo col tempo
se saremo in grado di cambiare le cose”. Crede molto in
Lunathica? “Sì, molto. Mi piace l’aspetto popolare della
sagra, ma non sopporto che si tratti sempre di manifestazioni legate
al cibo. Lunathica è una sagra dove le arti sono protagoniste:
invece di girare tra robiole e caciotte si gira tra spettacoli di
teatro, concerti, laboratori! Senza nulla togliere alle
robiole!”. Chiaramente crede di più nel teatro che in una
robiola, però! “A ogni cosa il giusto peso. Amo il teatro,
amo recitare. L’emozione del teatro non la vivi da nessun’altra
parte. In più Lunathica ha il grande valore di dare ai ragazzi la
possibilità di cimentarsi con la realtà teatrale e di farsi
conoscere. La robiola può e deve esserci, bisogna solo trovarle il
posto adeguato! Uno dei gruppi musicali della manifestazione, Lo
Scimmiotto, ha trovato il giusto connubio tra cibo e arte: una
Merenda Sonoira! Da sentire e da
gustare”. Progetti? “Dopo Lunatica un mese a lavorare
per i fatti miei! Vorrei trasformare in spettacolo teatrale Turcs,
una delle letture animate che portiamo in scena alla manifestazione,
tratta da racconti e poesie di Pasolini e Pavese. E’ uno spettacolo
in italiano misto al friulano, una lingua che amo molto. Mia madre è
friulana e ho passato gran parte dell’infanzia in Friuli, una terra
che risente ancora molto delle tradizioni. Vorrei recuperare quei
suoni che un po’ si stanno perdendo e ampliare la parte in friulano.
Poi sto lavorando a uno spettacolo basato sul rapporto tra fratelli,
con pezzi tratti dalla mitologia greca e dalle coppie celebri della
storia, Caino e Abele, Castore e Polluce. Ovviamente il titolo sarà
E’ tutta colpa
tua!”. |